Cosa c’è oltre le colonne d’Ercole? Il racconto di chi ai confini del mondo trova se stesso. Luciano Piazza e la sua navigazione per l’editore Il Frangente

Tempo di lettura 6 minuto/i

Luciano Piazza

L’incontro di Luciano Piazza e dell’editore veronese Il Frangente è la storia di una comunione di intenti che si nutre della sensibilità di anime affini. Luciano, prestato al mondo dell’imprenditoria informatica, ma per indole velista, racconta a Printì editoria la molla che lo spinge a dire oltre che a vivere il mare, luogo dell’anima prima e più che luogo del corpo. Abbandonata l’ordinaria banalità della città per la straordinaria eccentricità del mare, con la sua barca Piazza Grande, Luciano ha navigato in tutto il Mediterraneo e in Atlantico orientale, da solo o in compagnia, cercando del suo andare non necessariamente un fine o una fine.

Cosa significa scegliere di passare dal vivere il mare a scriverne?

La scrittura è soprattutto introspezione, e navigare in solitaria, come faccio spesso, porta ad un contatto molto profondo con sé. Scrivo quindi per fissare su carta i miei pensieri: mi aiuta a capirli e a capirmi meglio, magari riflettendoci in un secondo momento, a mente fredda. È anche un modo di condividere con altre persone le mie emozioni, i miei viaggi, le mie piccole scoperte. E poi c’è il piacere di trasmettere a qualcuno la mia esperienza di navigazione, il desiderio di mollare le cime – e con esse tutto lo stress della vita cittadina – ma soprattutto l’amore profondo per il mare. Infine, coltivo la segreta speranza che i miei figli, rileggendomi fra qualche anno, possano comprendere meglio ciò che oggi la giovane età rende probabilmente loro poco chiaro.

Quanto la scrittura è capace di condurre altrove, di far navigare?

Moltissimo. Sono un gran divoratore di libri e come tutti, prima di iniziare ad andare per mare, sono stato catturato dai racconti dei grandi navigatori dei decenni passati: Moitessier, Dumas, Chichester, Slocum. Ho navigato con loro e continuo a farlo, magari nelle sere d’inverno, tracciando sulla carta le rotte future o sognando mari lontani. Ma anche la letteratura, la pura fantasia, da Conrad a Larsson, offre un’infinità di spunti per una mente capace di viaggiare. Amando moltissimo la lettura, mi piace documentarmi anche da un punto di vista letterario, prima di navigare in un determinato mare. Prima di andare in Portogallo, ad esempio, ho letto Saramago e Pessoa, prima dell’Ucraina Babel’, prima della Turchia Pamuk, e via dicendo. Mi piace andare a ritrovare, in una sorta di pellegrinaggio letterario, i luoghi descritti da queste grandi penne; anche se ovviamente non sono più quelli del loro tempo.

Qual è la storia di un ex imprenditore informatico che arriva a scrivere libri?

Quando è esplosa l’attuale crisi economica, l’informatica era già in crisi di suo. A quel punto ho pensato di chiudere la mia attività, una piccola software-house, e fare quello che sognavo da sempre: navigare. Con i risparmi ho comprato una barca a vela per aspettare che la crisi passasse e sono partito. Invece sono passati gli anni ma non la crisi e io sono ancora in giro. Ha giocato un ruolo importante anche il fatto di essere alla soglia dei cinquant’anni, l’età in cui percepisci in modo chiaro che non puoi più rimandare ad un futuro incerto e indefinito le cose che vuoi fare, altrimenti finirai col non farle mai. La scrittura è arrivata insieme, un po’ per caso, con un blog (www.piazzagrandevela.it) che ha riscosso subito un ottimo successo e in cui ho iniziato a raccontare la mia esperienza: quella di un uomo normale, un velista della porta accanto, né ricco, né superuomo da grandi prestazioni sportive. Da lì, il passo successivo è stato quello di propormi ad un editore del settore nautico e nel Frangente ho trovato subito interesse e disponibilità a pubblicarmi.

Parliamo dei suoi libri, da Rotta a Levante e Rotta a ponente.

Nel primo ho raccontato la realizzazione di un vecchio sogno: navigare nel Bosforo, partendo da Roma. Ci ho messo circa quattro settimane, tutte in solitario tranne la tratta ionica fatta con un amico. Il viaggio è poi proseguito in Grecia e in Sicilia, e via via ho descritto tutte le emozioni che si sono susseguite navigando in quel mare meraviglioso che è l’Egeo. Sono andato alla ricerca dei posti meno turistici, delle isolette più sperdute, lasciando il cuore su alcune di esse, Psarà e Levitha, tanto per citarne due, sempre accompagnato dal Meltemi, il vento vigoroso che soffia da quelle parti in estate dai quadranti settentrionali. Ho arricchito il racconto con cenni storici e qualche informazione pratica, oltre ad alcuni aneddoti, più o meno divertenti, scelti tra le tante cose che mi sono capitate.

Nel secondo, con il medesimo schema, ho raccontato del viaggio a Lisbona, sempre partendo dall’Italia, e di come ho affrontato per la prima volta l’oceano insieme a Piazza Grande, spinto dall’Aliseo portoghese. Ho fatto anche una capatina a Siviglia, risalendo il fiume Guadalquivir, e a Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole in Marocco, scoprendo un mondo coloniale che incredibilmente sopravvive nel terzo millennio.

Sono due libri che hanno un comune denominatore: le due mete Istanbul e Lisbona, sono entrambe ex- capitali imperiali ed entrambe hanno una vena malinconica, non nel senso di tristezza ma di momento riflessivo. Purtroppo Istanbul sta vivendo un momento molto difficile della sua storia.

Uscire dallo Stretto di Gibilterra, come realtà e come immagine. Cosa vuol dire?

Come realtà, vuol dire confrontarsi con problematiche di navigazione sconosciute a chi ha navigato solo nel Mediterraneo; mi riferisco soprattutto alle maree e loro relative correnti. Per quanto le barche moderne siano generalmente equipaggiate con motori che il più delle volte possono tirar fuori d’impaccio, oltre Gibilterra (ma anche qualche decina di miglia prima) bisogna calcolare sempre la corrente che troveremo e tenerne conto. L’anno scorso, navigando in Mar Nero, sono stato sorpreso da una corrente contraria fortissima e inaspettata che mi ha portato a percorrere sole trenta miglia in quasi una giornata intera, malgrado l’ausilio del motore. Poi ho scoperto che era dovuta all’apertura delle chiuse del Danubio a seguito di piogge torrenziali nell’entroterra rumeno. Come immagine, certamente rappresenta una porta sul mondo per noi che viviamo al di qua delle Colonne d’Ercole; un passaggio per iniziati, da affrontare con timore e solo dopo la dovuta formazione nei mari domestici. Di fatto questo diventa un handicap se pensiamo che per il resto del mondo la differenza fra mare e oceano non è così netta come per noi, quindi l’oceano stesso è il mare di casa propria. Comunque, passare davanti al faro di Punta Europa è un’emozione davvero grandissima.

Cosa ha conosciuto di sé e del mondo viaggiando?

Vado per mare per scoprire quello che non conosco, del mondo e di me stesso, e la barca è uno strumento formidabile per entrambe queste finalità. Arrivare in un posto dal mare te ne dà una percezione diversa. Innanzitutto perché te lo sei sudato, non ti ci ha portato un treno comodo e confortevole, ma soprattutto non ci sei arrivato in aereo, un mezzo che annulla completamente le sfumature fra due luoghi. Ora sei in una metropoli convulsa, fra un paio d’ore su un’isoletta placida. Indubbiamente comodo, ma diventi un corpo estraneo, catapultato da un altro mondo, e che probabilmente si è portato appresso le sue nevrosi cittadine. Tra le tante cose belle dell’andar per mare c’è quella di vedere il cambiamento graduale del paesaggio e delle persone, trasformarsi con loro, prendere da ogni luogo ciò che ha di migliore da un punto di vista umano. Ecco allora che la navigazione diventa interiore, ci si guarda dentro ogni giorno meglio, ogni giorno di più.

Qual è il significato che Piazza Grande ha per lei?

È lei che mi permette di fare quello che faccio, perciò la curo e la coccolo come una figlia. Non sono però un feticista della barca, soprattutto non sono un esteta del mezzo. Quindi, prima la funzionalità, poi la bellezza. Il legno a bordo è spettacolare e fa tanto antica marineria, però richiede un lavoro enorme e soprattutto frustrante, perché l’azione del vento e del salino deteriorano rapidamente ogni cosa. In genere diffido delle barche troppo lucide, sono barche per stare in porto, non in mare. Ma diffido anche delle barche trascurate, l’ordine a bordo è fondamentale per la sicurezza.

Cosa la vita quotidiana in città non ha del tempo della navigazione?

Il contatto con la natura e i suoi ritmi, le sue alternanze di giorno e notte, di estate e inverno. In città puoi svolgere un’attività ventiquattr’ore al giorno, basta accendere la luce. Se hai freddo c’è il termosifone, se hai caldo il condizionatore. In mare fai i conti ogni giorno con l’ora in cui sorge o tramonta il sole, per esempio per evitare un atterraggio notturno in un porto sconosciuto. In genere faccio la doccia in pozzetto per evitare di allagare il bagno, ma se fa freddo sono costretto a farla nelle ore calde. Insomma, si tornano a vivere in modo diverso i diversi momenti della giornata, liberandoci da quello stress psicofisico che ci vuole sempre pronti, sempre attivi, sempre produttivi. Sicuramente la vita di mare è più a misura d’uomo anche se, e molti tendono a sottovalutarlo, è spesso stancante e richiede tanta passione per essere condotta.

Vuole aggiungere qualcosa?

Sì, fra poco metto la barca in acqua e riparto. Chi vuole venire?

      

Potrebbero interessarti anche...