In un mondo che costruisce muri, Poiesis Editrice ha voluto costruire ponti. Giuseppe Goffredo: poeta, saggista ed editore

Tempo di lettura 22 minuto/i

Giuseppe Goffredo, poeta e saggista prima e più che editore

Giuseppe Goffredo, poeta e saggista prima e più che editore

Il poeta e saggista Giuseppe Goffredo da oltre dieci anni va a caccia di autori dell’universo nordafricano e mediorientali per fare emergere una cultura laica che si interroga e getta ponti, senza cedere al fanatismo e ai nemici della democrazia. Poiesis Editrice, ponte di culture fra le rive delle civiltà, si pone sin dalla sua nascita nel marzo 1995 nell’ambito del Laboratorio Poiesis, come punto di riferimento per le letterature, il pensiero e i problemi fra le due sponde del Mediterraneo. Essa rappresenta, così, un luogo di incontro, conoscenza e circolazione delle idee fra Oriente e Occidente, fra il Mediterraneo e l’Europa con la pubblicazione della rivista “da Qui”. Poiesis Editrice fa sua la nuova visione critica della storia delle idee e della cultura tesa a cancellare le categorie e i pregiudizi diffusi dal darwinismo politico e dall’etnocentrismo “Orientalista”; da qui la conoscenza, traduzione e presentazione ai lettori italiani di scrittori, poeti, intellettuali, che sappiano essere ponte di dialogo fra le rive e le civiltà del Mediterraneo e dell’America Latina, continuum di lingue, memoria, scritture, letterature, in una mescolanza eccezionale di preesistenze ab origine e nuove sintesi antropologiche. Poiesis Editrice, pertanto, attraverso le sue pubblicazioni e azione culturale promuove e diffonde un pensiero nuovo orientato al disarmo culturale. Alla ricerca di una res extensa quale spazio verticale e orizzontale di legame dello scrittore con la propria terra-memoria-lingua. A ristabilire la complessità policentrica di una propria soggettività culturale: letteraria, umana e intellettuale.

Una filosofia editoriale di confine che fa del limen come soglia una condizione esistenziale. Come si può descrivere la linea editoriale di Poiesis editrice?piegh-interno

«Poiesis Editrice nasce come diretta continuazione della rivista Da Qui, letteratura arte e società fra le Culture Mediterranee, che è pubblicata a cominciare dal 1995, con cadenza annuale. La rivista era parte di un Festival sulla poesia e l’arte Mediterranea denominato Poesia In/Chiostro che ha avuto inizio nel 1983, in Puglia, seguito nel 1995 dalla prima edizione dei Seminari di Marzo, oggi alla XXI edizione, riguardante il rapporto fra le letterature e il pensare fra le rive del Mediterraneo. Il progetto ha chiamato a raccolta poeti, scrittori, artisti, intellettuali insieme a studenti, insegnanti, donne, associazioni da ogni parte del Mediterraneo per dare voce e ricevere voce; costruire ponti; promuovere il dialogo, la conoscenza e l’amicizia fra le diverse sponde del nostro mare. In trent’anni di lavoro sono passati davvero centinaia di scrittori e testimoni: Jabbar Yassin Hussin, Serge Latouche, Habib Tengour, Pedrag Matvejevic, Abdelhak Serhane, Izet Sarajlic, Edwar Al Karrat, Samir Amin, Monsef  Gachem, Titos Patrikios, Toni Maraini, Abdellatif Laabi, Jean Louis Laville, Adonis, Zineb Laawadj, Nedim Gursel, Hoda Barakat… Alcuni di questi nomi non dicono granché ai lettori italiani, altri sono un po’ più conosciuti, ma il mio intento era ed è quello di far incontrare questi testimoni di civiltà e di democrazia per creare una pluralità di voci fra il Mediterraneo e l’Europa, dare il segno quanto più possibile della ricchezza di queste culture, letterature e differenti umanità».

Come in un mondo che costruisce muri Poiesis Editrice ha voluto costruire ponti, facendo di una rivista una casa editrice?

«Siamo partiti dall’idea e dall’esigenza non solo di tradurre e pubblicare interventi e articoli di questi scrittori per la rivista Da Qui, ma anche di pubblicare le loro opere. Così, quasi naturalmente e sotto la spinta di questi amici, nasce la Poesis Editrice. Il progetto già c’era, occorreva dare corpo alla casa editrice. Così, nel 2005, si pubblica il primo libro Poiesis ‘Ritratto del Passato’ del poeta palestinese Ghassàn Zaqtàn, a lui seguono, il ‘Lettore di Baghdad’ dell’iracheno Jabbar Yassin Hussin, e tanti altri, tradotti direttamente dall’arabo e da altre lingue. E’ ovvio che ha contato molto pensare e fare queste cose a partire dalla Puglia, dal Sud, e direi dall’Italia. L’identità del nostro Paese non può prescindere da seimila anni di storia e di civiltà mediterranee. Persino il nostro paesaggio è una sintesi della via all’in su e all’in giù fra le rive mediterranee. La soggettività culturale ovvero la costruzione della nostra identità deve tenere conto, allora, della parte mediterranea e di quella europea: se si ignorano tali presupposti il Paese rischia la paralisi e la disgregazione. Ecco perché la casa editrice è impegnata a far conoscere le letterature del Mediterraneo, la sostanza umana della loro scrittura, comprendere fuori dai pregiudizi la vita degli altri, che ormai, con la presenza di migliaia di migranti, fa parte della nostra vita quotidiana.  Occorre, a mio, avviso costruire in Italia una nuova visione del Paese».

L’immagine di Mediterraneo che emerge dalle opere Poiesis è quasi quella, antica, di “centro del mondo conosciuto”, a dispetto delle Americhe e della globalizzazione, non è vero?

«Il Mediterraneo suo malgrado riceve su di sé il peso di tre continenti; è il crogiolo di tre religioni e decine di sue interpretazioni; qui convergono le strategie geopolitiche delle grandi potenze, come luoghi di risorse necessarie per l’Occidente. La storia del Mediterraneo è la storia dell’umanità. È logico che esso assuma per tutte queste ragioni una posizione centrale nelle vicende attuali. Gli intellettuali europei dovrebbero avere una maggiore intelligenza nell’accostarsi a questo tema, tenendo conto, come afferma Edgar Morin, della sua enorme complessità. Prende il sopravvento, invece, molto spesso una memoria corta, il residuo di una impostazione post-coloniale, l’incapacità di ragionare seriamente sulle conseguenze della storia passata. Ma se non superiamo luoghi comuni e pregiudizi, non saremo in grado di comprendere e superare seriamente i problemi che propone il rapporto Mediterraneo Europa; in questo modo non sapremo affrontare il futuro delle singole società europee e dell’insieme chiamato Unione Europea. I nodi che il Mediterraneo pone all’Europa hanno a che fare con il tema della sua identità profonda, metà della cultura europea ha le sue radici nel Mediterraneo: dalla Mesopotamia all’Egitto africano, dalla Grecia classica alla cultura latino-romana. Esiste di fatto un’Europa mediterranea e un Mediterraneo europeo, ma tale struttura storica porta oggi a un inevitabile legame di flussi umani, rapporti culturali e problemi di sicurezza».

Come si pone l’Europa rispetto a queste questioni?

«L’Europa rifiuta di affrontare questi temi e vive girata di spalle, e come se non volesse pensare e vedere. Più i problemi le saltano addosso più si ripiega su se stessa. Mi fa venire in mente un insetto chiamato glomere, che appena lo tocchi si appallottola su se se stesso e rotola. Da cittadino europeo come posso accettare il fatto che l’Europemare-nostruma abbia elargito 6 miliardi di euro alla Turchia antidemocratica di Erdogan per fermare, respingere, non si sa come, e con quali controlli, il flusso di esseri umani in fuga dalla Siria dentro il flagello di una guerra fratricida. Mi chiedo che stiamo facendo? Che idea abbiamo di noi? Perché stiamo trasgredendo i doveri più elementari riservati ai diritti umani: le convenzioni che l’Europa stessa sbandiera come conquiste della sua cultura?».

Cosa ha imparato dalla sua storia?

«La fine della Guerra Fredda l’abbiamo immaginata tutti come un’epoca di pace, e invece, dal ’91 in poi il Mediterraneo è stato teatro di guerre che se combattute in queste contrade, sono state decise e finanziate altrove e per interessi che poco avevano e hanno a che fare con le popolazioni locali. Così è stato ininterrottamente a cominciare dalla prima guerra del Golfo del ‘91 fino ai bombardamenti che riguardano la Siria e parte dell’Iraq di questi giorni. E faccio fatica a costatare come nel cuore del Medio Oriente è stato permesso a un gruppo di terroristi di mettere in piedi uno stato criminale. Uno Stato mostro che ha goduto della complicità di Stati molto vicini all’Occidente come l’Arabia Saudita o il Bahrein, ma per quanto se ne sa anche la Turchia di Erdogan ha avuto un ruolo attivo nella esistenza del sedicente Daesh. Purtroppo nessuno ha voluto prestare attenzione a quello che nei primi mesi del 2011 è successo in Tunisia e in Egitto. La rivoluzione nelle strade di Tunisi e quella di Piazza Tahrir al Cairo sono stati davvero un’autentica epifania. A quelle rivoluzioni hanno preso parte i rappresentanti di quasi tutti i ceti sociali: casalinghe, medici, tifosi di calcio, magistrati, artisti, blogger, registi, scrittori, bambini, studenti, giovani, laici religiosi, cristiani e musulmani. Piazza Tahrir in particolare ha espresso davvero una luce di cambiamento senza precedenti che doveva irradiarsi in ogni angolo del pianeta. Davvero quei regimi dispotici, e le loro polizie segrete, potevano essere sconfitti per sempre e trionfare in Egitto, Tunisia, Yemen, Libia, una via araba alla democrazia. Ma, cosa importante, nei mesi della rivoluzione, il terrorismo ha taciuto; è indietreggiato, non ha avuto più presa su un popolo che voleva mettersi in piedi da solo e decidere del proprio destino».

Quale reazione ha avuto questa rivoluzione sugli europei?

«L’Europa di quella rivoluzione dei mediterranei ha avuto paura. Ancora una volta si è rinchiusa su stessa e nelle sue false credenze. Su quello che davvero è avvenuto e cosa è passato da piazza Tahrir c’è stata poca informazione e riflessione. Il primo intervento che l’Europa ha prodotto è stato il bombardamento della Libia voluto dalla Francia di Sarkozy e l’abbandono di quel Paese alle bande armate, post Gheddafi. Anche a Damasco i giovani e gli oppositori di Bashar Al-Assad, si sono mossi per chiedere democrazia e cacciare il despota, ma in quel caso, si è voluto da subito intorpidire le acque, finanziando gruppi terroristici come al Nusra, e perfino l’Isis, per fare di quelle terre un luogo di scontro e di sangue. I petrodollari non potevano permettere che si affermasse la democrazia. Ed ecco l’accamparsi del multifunzionale Stato mostro al centro del Medio Oriente e il conseguente sconvolgimento antropologico di milioni di persone. Errori dietro errori, compresa l’invasione dell’Iraq nel 2003, a portare la democrazia con i Bradley di George W. Bush a piazza Firdaus. La militarizzazione del conflitto di liberazione della Libia e in Medio Oriente della Siria, ha permesso all’Europa e all’Occidente di oscurare le facce pulite dei dimostranti del Cairo e di Tunisi. Il loro grido rivolto non solo contro il potere dei loro despoti ma proteso a gettare un ponte di dialogo con i giovani e gli intellettuali europei».

Chi ha raccolto questo grido?

«Purtroppo, da questa parte, nessuno ha raccolto questa richiesta di dialogo, tutto è rimasto in un ambito freddo di cronaca e di indifferenza. Nessuno ha fatto un passo in più per capire, ascoltare, collegarsi. Non si sono mosse le persone, non si sono mossi gli intellettuali, non si sono mossi i poeti, gli artisti, le associazioni. Tutti ipnotizzati, in ritardo, spenti, incapaci. Riparati dietro concetti vaghi, annegati nella paura, se non incistati nel pregiudizio e nell’intolleranza. Ora che tutto il Medio Oriente è diventato una torcia accesa e il terrorismo islamista ha rialzato la testa, non si sottolineano abbastanza le conseguenze, ovvero che se i giovani di piazza Tahrir, inascoltati, sono stati sconfitti, i fanatici del Daesh hanno sparso sangue e orrore in Europa e in tutto il Mediterraneo.  Sicché in Italia piangiamo Valeria Solesin rimasta uccisa a Parigi nell’attentato al Bataclan e Giulio Regeni torturato e ucciso dalla polizia segreta egiziana, diretta dal nuovo despota Al-Sisi. Non si dice però che sia Valeria Solesin sia Giulio Regeni sono vittime di un Europa che in questi anni ha voluto fare ben poco per la democrazia nel Mediterraneo, lasciando che Al-Sisi reprimesse con ferocia i movimenti democratici egiziani che chiedono libertà e diritti. Regeni, coraggiosamente, per tutti noi, era sulle loro tracce».

In che modo siamo complici?europa-bandiera-europea

«Qui, in fine, voglio mettere in rilievo due fatti, il primo: il collegamento documentato fra il movimento “non violento” di Piazza Tahrir con Occupancy Wall Streett a New York e di Plaza del Sol a Madrid poteva estendersi come nel ’68 al resto del mondo. La poca informazione riportata in quei giorni dai giornali della riva Nord su quello che è stata la rivoluzione di Piazza Tahrir, credo avesse questo fra le sue motivazioni: la paura del contagio. Secondo fatto, mentre erano in atto le rivolte mediterranee, nel febbraio 2011 scoppiò uno scandalo in Francia, dove si accertò alcuni ministri andavano in vacanza gratis ospiti dei despoti mediterranei: il primo Ministro Francois Fillon e famiglia a fine anno 2001 fu ospite del presidente Mubarak in un lussuoso albergo di Assuan; la Ministra degli Esteri francese Alliot-Marie  per ben due volte usò un jet del clan Ben Ali per le vacanze di Natale. Questo diede prova dei legami sotterranei che i governi della riva Nord intrattenevano con i rais della riva sud, senza contare le liaison di Berlusconi con Gheddafi. Cosa che mi porta dritto a pensare che lottare per i diritti di cittadinanza e di democrazia nei paesi mediterranei significa, oggi, interrogarsi profondamente sullo stato di crisi politica e culturale in cui versa l’Europa. Le due cose sono strettamente connesse».

Che reazione si sta preparando nei giovani al di là e al di qua del Mediterraneo? 

«Nei viaggi al Cairo, a Baghdad, ad Amman, ad Ankara ho incontrato il desiderio di futuro di molti giovani mediterranei. La realtà che vivono è molto più dura dei coetanei europei ma il loro desiderio di liberazione supera la durezza della loro condizione. Essi vogliono davvero cambiare la loro vita e i loro paesi. Da questa parte vedo, invece, molti ragazzi angosciati e incerti. Spesso, come in Italia, sacrificati a una condizione senile e indifferente, incapace a reagire ed essere consapevole di quello che succede».

L’Italia nel Mediterraneo: qual è, e quale può essere, il nostro ruolo?

«L’Italia è una penisola al centro del Mediterraneo sicché nessuno più dell’Italia riceve e sconta i temi del Mediterraneo. Se per gli Stati Uniti il Mediterraneo è una questione geopolitica per l’Italia è esistenza, memoria, natura, specchio. Ogni cosa che avviene nel Mediterraneo avviene in Italia. Se il Medio Oriente diventa un piaga di guerre e di distruzione, se milioni di uomini si mettono in marcia nel tentativo di sfuggire alla morte e salvare i propri figli, per l’Italia, questo non è un problema di politica estera, ma l’arrivo di persone in carne ed ossa da salvare, accogliere, curare, sfamare. Per gli abitanti di una penisola aperta e slanciata nel suo mare, a cominciare dalla zolla di terra di Lampedusa, chi arriva in realtà ritorna e per ciò dev’essere accolto. Tutto ciò nel cromosoma di un popolo di marinai e di emigrati è inevitabile e fa parte di quella memoria antichissima che le popolazioni e le lingue del Mediterraneo condividono: come un giorno sono partito, così ora ritorno. Devo dire che sono abbastanza soddisfatto di quello che l’Italia sta facendo per i migranti e rifugiati, in questo momento, sicuramente facciamo più dell’Europa, anche se non basta».

Ma questo non può bastare…

«Non dimentico che nel decennio passato l’Italia, quasi sotto l’effetto interno del cosiddetto ‘scontro di civiltà’, è stata sull’orlo della disgregazione, grazie anche alla miopia e al provincialismo della Lega che fa del fanatismo geografico il centro della propria azione politica. Mario Borghezio, esponente di spicco della Lega Nord, ed Europarlamentare, nel luglio del 2011, alla notizia dell’attentato di Anders Behring Breivik, che uccide 77 ragazzi norvegesi, dichiara: ‘Il cento percento delle idee di Breivik sono buone, in qualche caso ottime. Le posizioni di Breivik collimano con quelle dei movimenti che in Europa ormai ovunque vincono le elezioni’. E per collocare ideologicamente le sue affermazioni Borghezio aggiunge: ‘Se noi facciamo due più due e capiamo che questa strage viene utilizzata per condannare posizioni come quelle di Oriana Fallaci, io non ci sto’. Ovviamente nessuno magistrato in Italia in quel momento ha accusato Borghezio di reati quali l’incitamento all’odio e al terrorismo. Né alcuno mette in rilievo che, mentre questo ragazzo con gli occhi di ghiaccio fa strage all’isola di Utoya di giovani della sua età, a Tunisi e al Cairo giovani arabi lottano per la democrazia. Proprio quei giovani che Oriana Fallaci nel suo pamphlet  ‘La rabbia e l’Orgoglio’ riteneva incapaci di democrazia. Ma non si può non commentare quando questa ideologia sia cieca e retriva, in quanto proprio la geografia dovrebbe aprire a una visione nuova del nostro essere».

Quale compito per la coscienza degli italiani?

«Comprendere che l’Italia è al centro del Mediterraneo e con il Mediterraneo nel tempo e nello Spazio ha condiviso storia, economia, civiltà, culture. Dimodoché se il nostro Paese vuol ritrovare il proprio orizzonte deve necessariamente, a partire dalla lunga memoria mediterranea, elaborare una visione nuova della sua soggettività culturale, e aiutare così l’Europa a ragionare diversamente su di sé e sul suo rapporto con il Mediterraneo. Se qualcuno pensa, ad esempio, che dando 6 miliardi di euro alla Turchia di Erdogan l’Europa risolve il problema dei profughi, qualcun altro si chiede a cosa serviranno quei soldi? come saranno spesi? per fare cosa? La domanda che viene spontanea inoltre è se quel denaro elargito dai cittadini europei non servirà a rafforzare ulteriormente il potere di un uomo che bombarda i suoi stessi cittadini di lingua e identità curda, 20 milioni di persone a sud est del Paese. Così si pone un problema di diritti umani e di potere dispotico in Turchia che l’Europa fa finta di non vedere, nel frattempo il Bundestag tedesco vota  una risoluzione che riconosce il genocidio degli Armeni perpetrato dai turchi nel 1915. Ponendo, come dicevo prima, un problema di cittadinanza e di democrazia, in Turchia. In pochi forse hanno riflettuto sul fatto che prendere a cuore lo stato della democrazia nel Mediterraneo significa occuparsi della crisi in cui versa la democrazia in molti paesi europei come Francia e Italia. Combattere insieme alle donne dall’altra parte del Mediterraneo significa frenare in Europa alcuni movimenti xenofobi e ideologie razziste.  Per questo chiedo agli intellettuali e agli uomini di cittadinanza italiani di non mettere la testa sotto la sabbia. Occorre ritrovare le radici e il senso della nostra storia e della nostra umanità, e quindi ragionare diversamente sui temi che il Mediterraneo ogni giorno di pone. Ripensare noi e la nostra identità e far ragionare l’Europa alla luce di una nuova visione culturale e di rapporto con il Mediterraneo».

In uno dei suoi libri (“I dolori della pace”, 2009) si esprime una speranza nei confronti di Obama. Qual è il bilancio, oggi?

G. Goffredo, I dolori della pace, Poiesis editrice, 2009

G. Goffredo, I dolori della pace, Poiesis editrice, 2009

«Barack Obama il 6 giugno del 2009, in un suo discorso al Cairo presso l’università di Al-Azhar, con a fianco Hosni Mubarak, afferma: ‘l’America non è – e non sarà mai – in guerra con l’Islam’. In quella occasione Obama parla anche delle colpe dell’occidente e della sua arroganza nell’epoca coloniale e post coloniale: ‘Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni’. Un discorso sincero, penso, e credo in quel momento Obama volesse chiudere un’epoca: quella dello ‘scontro di civiltà’ di George W. Bush. Ciò che da lì a qualche anno sarebbe successo credo era impensabile e imprevedibile per lo stesso Obama, lo scatenarsi dal basso delle rivoluzioni nei paesi arabi e la fine l’11 febbraio del potere di Hosni Mubarak, scacciato dalla forza “non violenta” di piazza Tahrir. Non credo, francamente, il premio Nobel per la Pace, Barak Obama, abbia voluto e saputo aiutare i ragazzi di piazza Tahrir. In Egitto gli Stati Uniti hanno preferito, dopo la rivoluzione, sostenere i Fratelli Musulmani, che con Mohamed Morsi hanno tentato di applicare la sharia, provocando la collera degli egiziani, fino alla restaurazione del potere nelle mani del generale Al Sisi. Penso poi, le armi e i finanziamenti passati ai cosiddetti movimenti di opposizioni in Siria compreso Al Nusra nata da una costola di Al Qaeda, non siamo stati una grande idea politica per il Medio Oriente. Il 2 maggio del 2011, tutti abbiamo seguito le smorfie dell’amministrazione Obana davanti ai teleschermi mentre si metteva in scena la morte di Bin Laden a Abbottabad in Pakistan. Ma Bin Laden quando è stato ucciso, era già un simbolo decaduto. L’unica cosa viva era, invece, la volontà dei giovani arabi di affermare i propri diritti e la democrazia nei propri Paesi. Mentre Bin Laden moriva, il terrorismo taceva e poteva essere abbattuto per sempre, invece è stato fatto rinascere in pieno Medio Oriente, e addirittura dato la possibilità di conquistare un sedicente ‘Califfato’. Durante tutto il decennio del conflitto di civiltà in Occidente, in Europa, in Italia, non si è fatto altro che invocare la possibilità di affermare la ‘democrazia” nel mondo arabo, e George W. Bush ha giustificato la sua guerra in Iraq con l’idea di ‘esportare la democrazia’. Oggi, a tredici anni dalla guerra, lo scrittore iracheno Jabbar Yassin Hussin dice che ‘a Baghdad non c’è affatto democrazia e si continua a morire di terrorismo’. A dieci anni dalla guerra in Italia nessuno si è ricordato della situazione disastrosa in cui versa Baghdad appunto senza pace e senza democrazia, mentre il sedicente Isis, di fatto, spezza in tre parti il Paese».

Con quali categorie l’Europa sta (fra)intentendo lo scenario medio-orientale?

«Alla caduta del muro di Berlino alla formula della Guerra Fredda si è sostituita quella della guerra ‘di civiltà’, quasi in continuità con l’altra, volendo sostituire il nemico ideologico con quello geoculturale e religioso. Ora è proprio questa idea e i suoi malintesi che occorre superare per inaugurare una nuova era. Credo, da questo punto di vista, com’era nelle premesse di quel discorso al Cairo, non sia venuto un grosso contributo da parte di Barak Obama. Forse non poteva e non gli è stato permesso di fare di più, forse dopo le improbabili affermazione di George W Bush di ‘guerra infinita’ ci ha tenuto a riparo da un ulteriore delirante guerra contro l’Iran, l’accordo sulla non proliferazione nucleare con quel Paese è stato un’ottima mossa, ma, in fin dei conti la politica estera americana come sempre ha seguito la sua strada. Sicché il problema dei problemi in Medio oriente, la creazione di uno Stato palestinese, la fine del conflitto israelo-palestinese non ha avuto seguito, la sofferenza di quel popolo continua, ed ora con le minacce di Donald Trump tutto potrebbe ritornare a incendiarsi».

Leggendo lo splendido “Dichiarazione di non sottomissione a uso dei musulmani e di coloro che non lo sono” si ha l’impressione che le riflessioni in Poiesis seguano un filone prevalentemente laico. Quale ruolo assegna alle religioni nel grande turbamento odierno. E quale ruolo possono (o non possono) avere nella costruzione di quel Mediterraneo di pace in cui ripone tanta speranza?

Fethi Benslama, Dichiarazione di non sottomissione. A uso dei musulmani e di coloro che non lo sono, Poiesis editrice, 2014

Fethi Benslama, Dichiarazione di non sottomissione. A uso dei musulmani e di coloro che non lo sono, Poiesis editrice, 2014

«Non mi sono mai implicato in questioni religiose. Ho sempre visto il Mediterraneo come mare di culture e di civiltà. Mare di popoli e di uomini. Mare impigliato in strategie geopolitiche. In qualche maniera, le religioni sono rimaste vittime, come gli uomini, di strutture e volontà di poteri interni ed esterni alle loro stesse volontà. Qualcuno ha voluto trasformare diversi fedi in malafede. Ovvero usare una fede per infangarla e nel frattempo servirsene per giustificare la propria visione degli altri. Da questa parte in Occidente per gettare pregiudizio e sospetto su tutti i musulmani e dall’altro i jihadisti per giustificare le proprie azioni criminali. Nel frattempo, penso sia splendida la carta calata da Papa Francesco nel suo Giubileo dedicato alla Misericordia. Misericordia per me, laico, significa, appunto, superamento di ogni conflitto e riconoscimento della buona fede dell’altro. Ovvero, che esiste un unico Dio che ognuno prega alla sua maniera. Questo per me, allora è credere, credere nell’umanità degli uomini, nella possibilità della pace, credere in colui che arriva, senza chiedergli la sua carta di identità teologica. Ricordo che da quando Papa Bergoglio è andato a Lesbo la famiglia siriana Hasan: la moglie Nour, e i due figli Ramy e Suhila, sono ospiti a Roma del Papa. A loro non è stato chiesto il passaporto religioso, semplicemente, sì è creduto alla loro umanità».

Ogni fondamentalismo è terroristico, quello islamico tra gli altri…

«I criminali jihadisti utilizzano l’Islam per trasformarlo in malafede. Essi sono poche migliaia di fronte al miliardo e mezzo di musulmani, dal Marocco all’Indonesia. Ognuno di questi musulmani in buona fede ogni mattina si sveglia per vivere la propria giornata, guadagnarsi il pane, pregare, vivere al meglio possibile la propria esistenza. Sono soprattutto i musulmani ad avere paura del terrorismo jihadista, sono loro che stanno pagando le conseguenze di una violenza cieca e feroce. Qualcuno permette al terrorismo di parlare in nome dell’Islam e al tempo stesso non dà la parola ai milioni di musulmani che frequentano le mosche e che voglio pace e benessere per i propri figli. Chi verrebbe in mente in Europa di far palare in nome del cristianesimo Anders Breivik? Ridurre l’immagine dell’Islam a una icona di violenza non aiuta il mondo arabo a partorire la sua rinascita. Ma dall’altra parte mi viene da pensare che questo malinteso rientra nella crisi culturale e politica dell’Europa. L’Europa davanti alla crisi convulsa della civiltà islamica non riesce, come ha dimostrato il suo atteggiamento nei giorni delle rivoluzioni e oggi di fronte alla crisi dei rifugiati, a portare un suo contributo, perché a sua volta non riesce più a pensare se stessa e gli altri fuori da sé».

Quali armi servono per combattere questa battaglia?  

«La battaglia con il terrorismo non può essere solo un fatto militare e di intelligence, ma soprattutto una battaglia culturale: ‘L’urgenza  che questo mondo domanda ci impone una sfida per il pensiero che non potrà sbrigativamente risolversi con prescrizioni e slogan. Noi dobbiamo prestare infatti la massima attenzione alla confusione tra le parole e le cose, ai problemi di traduzione, alle questioni pratiche della democrazia e, in modo generale, alla discronia delle storicità tra lo stato avanzato delle realizzazioni democratiche europee e la stasi del discorso politico nel mondo islamico’, a scrivere queste parole è lo psicanalista tunisino Fethi Benslama nel libro che lei citava “Dichiarazione di non sottomissione a uso dei musulmani e di coloro che non lo sono” (Poiesis Editrice). Benslama centra il problema: ovvero che la questione terrorismo e fondamentalismo del pensiero, devono essere affrontate fuori e dentro l’Europa, da una parte e dall’altra. Occorre che uomini, intellettuali, scrittori, filosofi del mondo culturale musulmano ed europeo comincino seriamente a ragionare insieme. Sapere come scrive Benslama che ‘Nel corso della storia, l’Islam ha conosciuto esperienze e teorie di libertà’. Ad esempio: ‘La tesi di Averroè secondo cui la Rivelazione non aveva verità da insegnare alla ragione’. Cosa che nel Medio Evo scosse il mondo cristiano. Ma al di là di questo occorre con urgenza disconnettere i malintesi, le categorie fuorvianti, gli stereotipi invalsi che da entrambi le parti  sono cresciuti».

Quanto è antica questa consapevolezza?

«Nel periodo della cosiddetta ‘Nadha, ‘Rinascita’ fine Ottocento, nel mondo arabo islamico molti intellettuali hanno fatto la spola da una parte all’altra del Mediterraneo per capire e risvegliare la società araba. Ma gli intellettuali europei, distratti dagli interessi pre e post coloniali, non hanno badato a corrispondere con gli intellettuali arabi, per costruire una necessaria rinascita culturale condivisa. La stessa cosa succede oggi, e in particolare da un ventennio in cui anziché capire, discutere, con il mondo islamico, gli europei si girano dall’altra parte. Atteggiamento che potremmo spiegare come dovuta o a ignoranza o peggio a malafede. Entrambe le cose non fanno certo onore alla tradizione cosiddetta laica europea. Scrive il filosofo francese Edgar Morin ‘Se da un lato i fanatici assassini credono di combattere i crociati e i loro alleati ebrei (che i crociati hanno massacrati), gli islamofobici riducono l’arabo al suo presunto credo, cioè l’islam, per ridurre l’islam a islamista, l’islamista a integralista e l’integralista a terrorista’ (Edgar Morin “la Repubblica” sabato 10 gennaio 2015). L’atteggiamento ‘riduzionista’ come lo chiama lo stesso Morin, ch’è una conseguenza della volontà di ‘militarizzare’ il rapporto di ‘civiltà’, gioca soprattutto sugli equivoci del linguaggio: ‘Nel corso degli ultimi anni: la scomparsa nella lingua francese (così come in altri idiomi europei) del concetto di islamismo che, a seguito del suo utilizzo attuale per indicare i movimenti islamici radicali, non può più servire la religione dell’islam stricto sensu, contrariamente al giudaismo e al cristianesimo’. Harold Pinter, il drammaturgo britannico in una sua riflessione su rapporto linguaggio e potere scriveva: ‘Un morbo è al centro del linguaggio così che la lingua diventa una messa in scena permanente, un arazzo di bugie. La mutilazione cinica e spietata degli esseri umani, il degrado del corpo e della mente… Credo che sia a motivo dell’uso che facciamo del linguaggio se ci siamo infilati in questa terribile trappola in cui parole come libertà, democrazia e valori cristiani sono ancora usate per giustificare azioni barbare e vergognose’».

A cosa allude Harold Pinter?

«Credo Harold Pinter pensasse con queste parole a tutto ciò che si è consumato in nome del cristianesimo e aggiungerei oggi della civiltà: dallo sterminio di milioni di persone dopo la scoperta dell’America al commercio degli schiavi neri africani, dalle feroci conquiste coloniali fino ai campi di sterminio degli ebrei, degli zingari e degli omosessuali. Una lunga marcia di orrore e di morte, compiuta nel nome dei valori di una civiltà superiore e di fondamentalismi religiosi di cui il nazifascismo si è impossessato in maniera mostruosa. Lasciando all’umanità da Auschwitz in poi una eredità di abominio che anche in tempi recenti in Bosnia e in Ruanda è stata applicata».

Di quale linguaggio oggi il mondo ha fame?

«Credo il mondo in questo momento sia affamato di un linguaggio vero e umano. Ovvero che rappresenti davvero l’esistenza delle persone. I loro sentimenti. Le loro idee. C’è bisogno di verità. Si ha bisogno di una informazione che non sia al servizio di qualche potere e il potere a servizio dell’inganno. Salman Rushdie colpito nell’89 con i suoi Versi Satanici da una Fatwa di Khomeini, rivolge la sua attenzione alla mistificazione del ‘linguaggio della religione’. Dopo aver accennato all’integralismo cristiano e induista, Rushdie scrive: ‘Il grosso del problema risiede nel mondo dell’islam, e in gran parte ha radice nel linguaggio ideologico di guerra e sangue che viene dal movimento salafita in seno all’Islam, sostenuto in generale dall’Arabia Saudita’. Quindi Rushdie cita un’intervista sul New York Times di Husain Haqqani pakistano, ex ambasciatore a Washington: ‘Diciamolo chiaramente – dice Husain – Al Qaeda, lo Stato Islamico in Iraq e in Siria, Boko Haram, al-Shabab ed altri sono tutti gruppi violenti salafiti sunniti. Da cinquant’anni l’Arabia Saudita è sponsor ufficiale del salafismo sunnita in tutto il mondo, circa il novanta per cento della popolazione musulmana, non sono salafiti. Il salafismo è considerato troppo rigido, troppo letterale, troppo distante dall’Islam tradizionale… i salafiti ed altri fondamentalisti rappresentano il tre percento dei musulmani del mondo’. Gli fa eco Toni Maraini nel suo ‘Ballando con Averroé’ il wahabismo e il komeinismo è ‘una malattia dell’islam’ da cui guarire come scrive Abdelwahab Meddeb, un mito che si nutre di un passato idealizzato, che, so, come lo fu quello dell’Impero romano per il fascismo italiano? ‘E’ un Frankenstein costruito a tavolino – con tanto di bandiera  e di titolo da marketing – fatto per propagareper effetto di imitazione, spettacolarizzazione e quant’altro?’».

Quali responsabilità e di chi?

«Ora negli attentati di Parigi, sia a gennaio sia a novembre del 2015, poco è emersa la responsabilità, nella polluzione del terrorismo, dell’Arabia Saudita, che paga degli imam in tutto il mondo islamico e in Europa per predicare l’estremismo religioso, finanzia e crea gruppi terroristici come l’Isis in cui anche apparati dell’intelligence occidentale sono implicati».

Qual è il rapporto tra verità e informazione, quindi in qualche modo in senso lato tra verità e politica?

«Mentre aumenta la violenza dell’estremismo e della cronaca cui siamo sottomessi, diminuisce la verità contenuto nel linguaggio usato dai giornali e dall’informazione. I conti allora non tornano per appurare la verità, per far chiarezza, per ricostruire un senso di verità e di fiducia in quello che viene detto. La distanza fra gli avvenimenti e gli uomini di potere e di cultura alla Michel Houellebecq, aumenta. I cittadini sempre più verificano che quello che gli viene detto e scritto su quello che succede non è la verità. La narrazione che viene diffusa è solo una facciata del fenomeno. Sicché lo smarrimento diventa ancora più sconcertante».

Dell’Islam come di ogni altra religione emerge dalla penna laica del suo catalogo un volto straordinariamente umano…

31 marzo 2016. I resti del Tempio di Bel.

31 marzo 2016. I resti del Tempio di Bel.

«Il mondo musulmano non è solo teologia, ma è storia, architettura, arte, filosofia, poesia etc. così com’è per il resto della storia umana, ed è proprio questa magnifica ricchezza che mi interessa. Quando ho visitato le stanze del museo archeologico di Baghdad nel novembre del 2002 il mio cuore batteva a mille: ero davanti ai capolavori che la prima storia umana avesse prodotto. Poi, ho subito un vero e proprio shock, quando il 9 aprile del 2003, ho assistito in televisione al saccheggio di quel luogo e della Biblioteca nazionale di Baghdad, rimasti a differenza del Ministero del Petrolio, incustoditi dall’esercito americano. Io sono rimasto basito davanti a quella barbarie. E qui voglio rendere onore all’archeologo Khaled Assad, uomo di 82 anni, ucciso dagli uomini del Daesh per aver difeso fino all’ultimo il patrimonio della sua Palmira. Quelli descritti sono stati, nella formazione del mio credo, momenti oscuri, non solo per l’Iraq o per la Siria, ma per la storia e la memoria dell’intera umanità. Per questo il mio sforzo è farmi schiena per l’incontro e la condivisione del patrimonio culturale fra le culture. Concludo con un proclama che mi è caro come poeta, eccolo: unica è la polvere che alzandosi viaggia nel tempo e nello spazio fra le diverse rive per posarsi nel luogo di partenza».

Potrebbero interessarti anche...