La bellezza non urlata dei libri di Fernandel. Intervista a Giorgio Pozzi

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Giorgio Pozzi, fondatore di Fernandel

Giorgio Pozzi, fondatore di Fernandel

La storia di Fernandel comincia da una rivista letteraria che nel cuore degli anni ‘90, in pieno 1994, aveva l’ambizione di porsi come mezzo di confronto e di scambio per le diverse esperienze di scrittura. Di lì a tre anni quella storia si dispiegò nella pubblicazione di libri che fossero capaci di mettere a tema il tempo presente, con la leggerezza con cui i contemporanei sanno raccontarla. Giorgio Pozzi, fondatore della casa editrice ravennesse, racconta a Printì Editoria come cambia il mondo dell’editoria osservato nel prisma offerto dalle nuove proposte di autori che sono figli di una filiera editoriale che tende sempre più alla standardizzazione.

Qual è la linea editoriale che parla della Casa Editrice Fernandel?

«Fernandel pubblica principalmente narrativa italiana, per quanto in passato abbiamo fatto esperienza nella narrativa straniera. Dal 1997 pubblichiamo libri, con particolare attenzione ai temi giovanili. La nostra curiosità e il nostro principale scopo è scoprire giovani scritture e talenti; ci caratterizza il lavoro di scouting, che ha portato alcuni degli autori a riscuotere un largo successo di pubblico. Tra gli esordi ‘eccellenti’ ricordiamo Paolo Nori, Gianluca Morozzi, Grazia Verasani, Piersandro Pallavicini, Michela Tilli».

Quali le altre esperienze comunicative che La interessano?

«Nel corso del tempo Fernandel si è aperta ad altri generi e ad altre forme di comunicazione. Con la collana Illustorie abbiamo cercato di raccontare il tempo in cui viviamo attraverso l’illustrazione. Con la collana Vite dei santi abbiamo dato spazio a personaggi dello spettacolo, della cultura e dell’arte che hanno saputo rinunciare a un facile successo per seguire ‘la via più difficile’, quella della coerenza con se stessi e con il proprio lavoro».

Qual è la missione di una casa editrice che ha fatto dello scouting una sua ragion d’essere in un mercato editoriale sempre più aperto e pluralista che tende a sfuggire a ogni tentativo di imporre alle pubblicazioni una forma di disciplina, come mostrano fenomeni come il selfpublishing

«La mission è continuare a pubblicare libri dignitosi per qualità letteraria, facendo quel lavoro di scouting che conosciamo bene, e offrendo così ai lettori più curiosi libri piacevoli da leggere e possibilmente non convenzionali».

Cosa diversifica le pubblicazioni?

«Prima di tutto le dimensioni, cioè il fatturato, che si traduce in una maggiore o minore possibilità di influire sul mercato, quindi sui lettori e sul destino stesso degli scrittori. Ho potuto constatare di persona che case editrici piccole non sono in grado di portare un autore al successo, non ne hanno i mezzi, per quanto l’autore ne abbia i meriti. La grandezza della casa editrice fa la differenza: è una questione di visibilità. Al di là del dato delle stampe — parliamo di una prima tiratura di 500 copie per Fernandel e di una di 5000 per Mondadori —, è un discorso di possibilità di imporre mediaticamente un prodotto editoriale, di essere nei premi letterari che contano, di spingerlo a guadagnare l’attenzione che merita».

Questo fa del mondo editoriale una società divisa in caste rigide? 

«Direi, se possibile, che la struttura del mondo editoriale è diventata paradossalmente ancora più rigida negli ultimi dieci anni. C’è un attico, abitato dalla grande editoria, ai piani intermedi si attestano le case editrici che riescono, contando sul proprio valore e sulla propria identità a guadagnarsi una fetta di mercato, infine ai piani bassi si trova un’editoria più ambigua, dove per ambigua intenda torbida, quel tipo di editoria che spinge a convincere gli autori a pubblicare perché intravede il suo interesse, ma poi li lascia in pasto a cocenti delusioni».

Per lei che esercita attività di scouting, cosa fa di un manoscritto un libro?

«Sono diverse le caratteristiche da valutare in un manoscritto per decretarne o meno la pubblicazione, alcune più oggettive, altre più soggettive, più legate quindi alla capacità di giudizio del singolo editore. Tra le oggettive c’è di certo la capacità di maneggiare la lingua e di saper maneggiare la storia, la vicenda che racconta; sono aspetti solo in minima parte soggettivi e, per chi fa questo mestiere, non è difficile capire se l’autore ha fatto il passo più lungo della gamba o meno. Tra i soggettivi, ci sono invece tutti quelli che qualificano una casa editrice: se fossi chiamato a valutare un romanzo ambientato nel tardo ottocento, per quanto avvincente, sento che lo escluderei, perché non sono l’editore giusto».

Per quale tipo di narrativa Lei è l’editore giusto?

«La nostra è una narrativa legata al presente. Per il nostro pubblico perfino gli anni ’60 sono il passato remoto. Al di là di questo ci sono temi e situazioni di cui un autore può scrivere che possono ancora colpire la sensibilità collettiva».

Dunque, la dimensione in cui la narrazione di Fernandel vive è quella di una narrativa che racconti il tempo in cui viviamo, «meglio se con uno sguardo critico, ma non necessariamente ideologico, nei confronti della società e dei suoi meccanismi». Qual è la differenza? 

Foto scattata alla Fiera del Libro di Torino qualche anno fa. Giorgio Pozzi con Gianluca Morozzi e Elena Battista, all'epoca addetti all'ufficio stampa.

Foto scattata alla Fiera del Libro di Torino qualche anno fa. Giorgio Pozzi con Gianluca Morozzi e Elena Battista, all’epoca addetti all’ufficio stampa.

«Per me lo sguardo critico è quello sguardo non completamente soddisfatto o assuefatto al mondo che viviamo, quel modo di guardare alle cose che ci dà la possibilità di cambiarle, anche più di quanto questo non fosse possibile qualche decennio fa. Avere un atteggiamento critico vuol dire non subire quello che succede, ma saperne fare una rielaborazione personale. Se non siamo in grado di fare questo, forse siamo in grado di scrivere un diario, ma questo non può essere sufficiente perché il mondo senta il bisogno di ascoltarci. Il modello deve essere quello di un romanzo, in cui una base di realtà o autobiografismo viene stravolta o modificata dalla capacità di invenzione».

Fernandel vanta la presenza nel mondo editoriale da 22 anni e la militanza come casa editrice da quasi vent’anni. Come siete passati dalla rivista alla casa editrice?

«Moltissimo è cambiato. Ci capitava nel 1994 di ricevere testi troppo lunghi che, per quanto belli, non potevano essere destinabili a una rivista, quella da cui siamo partiti. La rivista non era il loro luogo ideale. Abbiamo perciò cominciato a pensare allo strumento ideale per diffondere queste storie e il libro ci è sembrata la forma migliore. All’epoca non mi fu difficile trovare un contatto con un distributore locale che mi assicurò la copertura delle principali regioni settentrionali, oggi è molto più difficile entrare nel mondo della distribuzione».

Come è cambiata la fisionomia dell’editoria?

«Il mercato è profondamente cambiato, ci sono stati degli accentramenti che, con l’avvento ad esempio delle librerie di catena, hanno trasformato perfino il ruolo degli addetti ai lavori. Penso al libraio che negli anni ’90 era un maieuta, che dai bisogni e dagli interessi sapeva capire e indirizzare alle letture. Oggi i lettori si aspettano dai librai che si muovano agilmente come commessi. A dirla tutta, ho l’impressione che l’editoria sia un mercato basato su regole vecchie, abbastanza superate dal tempo, costose, improbabili, che dovranno essere rinnovate».

Attraverso quali misure passa questo rinnovamento? 

«È difficile saperlo, ma sono certo che non sarà indolore. Vedo che quelli che soffrono di più sono i piccoli editori, che sono esposti al rischio della marginalizzazione nei confronti della distribuzione, delle librerie, che rappresentano lo sbocco del mercato. Ogni step di questo cambiamento marginalizza i più piccoli e sinceramente mi sembra un peccato e non solo perché faccio parte di questa categoria».

Cosa si perde in questa semplificazione dell’offerta editoriale? 

«Qualcosa di fondamentale: la bibliodiversità. Una persona che va in libreria ha l’illusione di trovarsi di fronte a un’infinità di libri, ma in realtà sono sempre gli stessi libri, per un totale di 100/150 titoli. C’è una tale standardizzazione delle proposte, che lascia fuori un tipo di offerta a cui la domanda non attingerà mia. Questa mancanza di scelta si tradurrà in una standardizzazione del lettore, di cui ho già avuto prova da editore».

Uniformità delle letture, uniformità dei lettori, uniformità degli aspiranti autori…

«Già da anni questo ciclo sta dando i suoi funesti esiti. Paradossalmente 15 anni fa ricevevo proposte molto più diversificate, oggi invece tutto assomiglia a fiction televisive, che sono perfette per diventare altro o per far parlare di sé in maniera furba, ma dal mio punto di vista si tratta di temi inflazionati, abusati e perciò superati».

Che ruolo ha giocato il digitale in questi processi e come ha stravolto, se lo ha fatto, le strategie di lettura.

«Quando si cominciò a parlare di e-book sembrava si volesse celebrare la morte del libro come noi lo conosciamo, ma mi sembra, per fare una battuta, che tutto sommato il libro goda di ottima salute. Nel mercato dell’e-book anche io ho investito, perché lo considero uno strumento di lettura alternativo al libro, ma i tassi di crescita e di vendita non sono tali da far pensare a una rivoluzione. Si può certo parlare di una rivoluzione da un punto di vista tecnologico, ma di una rivoluzione che si attesta al livello del costume di una società. In un futuro lontano forse il libro sarà superato, ma non è il momento».

Come descriverebbe la figura dell’editore?

«Per come l’ho inteso io, l’editore è quella persona che sa trovare un buon manoscritto, che ancora non è perfetto, e lavora con l’autore per renderlo il più perfetto possibile. L’editore lavora alla perfettibilità del prodotto, non soltanto da un punto di vista di contenuti, ma anche sul piano della comunicazione, perché un autore può essere in grado di scrivere un buon romanzo, ma può non saperlo promuovere. Ricordo con tenerezza quando uno dei nostri autori ‘eccellenti’ come Gianluca Morozzi, mi propose il suo primo lavoro. Si chiamava Kabra e aveva una copertina assolutamente fuorviante, ancora oggi glielo ricordo. Una delle capacità dell’editore è comunicare. Al di là della copertina può esserci un mondo meraviglioso, a cui l’autore non accederà se la copertina non è all’altezza».

Come si descrive la bellezza di un libro?

«Sono molto critico nei confronti dei risvolti e delle quarte di copertina piene di superlativi assoluti. Quasi tutti questi libri vengono descritti come capolavori. Questo atteggiamento autoelogiativo ha trasformato i superlativi assoluti in luoghi comuni che non hanno più alcuna presa sui lettori. Per parte mia, gli aggettivi, se posso, li evito. Tendo a parlarne in modo pacato, perché sia il lettore alla fine a parlarne con gusto».

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